Reportage Parma: Un nuovo inizio

Articolo scritto per Soccer Illustrated (aprile 2017).
Illustrazioni di Osvaldo Casanova.

Sono in viaggio, il mio sottofondo musicale è Sulla mia strada del Liga. So che magari non tutti la conoscono ma merita, ascoltatela e chiudete per un attimo gli occhi, io non lo posso fare, sto guidando, e sulla mia strada c’è Parma. Prima di arrivarci mi fermo in una stazione di servizio, quella appena prima di svoltare ed entrare nella città emiliana. È mattina, mi sono alzato presto e ho sgranocchiato in macchina un paio di biscotti ma ho la bocca ancora impastata di Mentadent. Entro in un Autogrill e sento subito il classico accento parmigiano, con quella erre riconoscibile a chilometri di distanza che mi ricorda un mio vecchio amico che incontravo tutte le estati fino ai miei 17 anni. Ci trovavamo a Torre Pedrera, frazione di Rimini. Mi ricordo che quando ci incontravamo non ci salutavamo nemmeno, entravamo diretti nel campo di calcio-tennis del nostro lido e iniziavamo una serie infinite di partite dove io facevo il Milan e lui, ovviamente, il Parma.

Se penso a quella squadra, se penso ai colori, se penso al Parma che ho conosciuto io, mi salta in mente un’immagine che il mio cervello ha registrato e me la rimanda in loop: era la stagione 99/2000, l’epoca delle sette sorelle, si giocava Parma-Juventus al Tardini e la squadra di Ancelotti era avanti di un gol, su rigore, di Del Piero mentre il Parma gialloblu – da specificare perché è l’epoca del Parmalat – era in 9 uomini ma a qualche minuto dalla fine della partita, un passaggio si insinua dentro la schiena bianconera, Crespo lo riceve, irride Ferrara sterzando a sinistra e segna il gol dell’1-1. Il suo volto di trasforma nell’immagine della felicità e Malesani lascia l’area tecnica e fa quello che avrebbe fatto qualsiasi tifoso, entra correndo e abbraccia l’argentino. Ecco, per me quello è Parma, per me quello è il Parma. Dentro l’Autogrill chiedo un caffè e una Brioche, sono quasi un’ora e mezza in anticipo, non so cosa fare, non capita mai di essere cosi tanto attento all’orario. Osservo due ragazzi che sono seduti in un tavolino a fianco il mio con la Gazzetta davanti agli occhi. Commentano insieme il grande campionato dell’Atalanta. Poi uno fa all’altro: “ti ricordi quando eravamo anche noi lì, a lottare per vincere?” e l’altro gli fa “si ma io ho sempre preferito la squadra di Nevio, quella della Parmalat era forte, forse la squadra più forte d’Europa ma era fatta dai soldi e basta”. Io rimango scettico. Vorrei intervenire nel discorso ma non so come approcciarmi. Finisco la brioche, nel frattempo. “Si forse hai ragione. Quella di Scala era la favola ma quella di Malesani è stato un sogno”. “Spezzato” dico io, intromettendomi forse nel momento peggiore della conversazione dei due ragazzi che girandosi mi sopraccigliano, con quello sguardo come per dire “cazzo vuole questo?”. È proprio per questo che qui a Parma la gente odia, o meglio non ricorda con molto affetto quegli anni perché la squadra creata dalla Parmalat è nata dai soldi ed è finita per lo stesso motivo portando solo dolore e si sa, il tifoso, come il miglior giocatore di poker, ricorda meglio le brutte sconfitte piuttosto che le grandi vittorie. I due si girano ed escono dall’autogrill. Io finisco il caffè, faccio un salto al bagno e concludo la mia pausa prima di arrivare allo Stadio Tardini dove ho appuntamento con Gabriele Majo, responsabile dell’ufficio stampa della squadra gialloblu, anzi crociata.

Ci siamo sentiti su WhatsApp. Al telefono sembrava un tipo simpatico e infatti è la prima impressione che Gabriele mi fa quando lo vedo. Inizia a raccontarmi del nuovo Parma, quello che è nato dopo il fallimento sportivo del 2015. La società proprietaria si chiama Nuovo Inizio, connotazione più esaustiva non ci sarebbe potuta essere. Sono sette gli imprenditori che hanno messo mano al portafoglio per dare una nuova vita a una squadra con una grande storia alle spalle, tra cui Barilla e Pizzarotti. Oltre a Nuovo Inizio, mi racconta Gabriele, esiste Parma partecipazioni calcistiche, cioè la controparte nata dalla volontà di un gruppo di tifosi di partecipare attivamente alla vita del club – attualmente, come si legge direttamente dal sito la PPC detiene più del 25% del Parma Calcio 1913. Il resto è in mano agli imprenditori di Nuovo Inizio.

Gabriele mi sta per far entrare nel nuovo Museo del Parma, inaugurato il sabato precedente (siamo a inizio febbraio). È incredibile che una squadra come il Parma non abbia mai avuto un Museo fino a oggi e che sia nato dopo che la squadra emiliana è caduta nell’inferno del fallimento e del calcio dilettantistico. Prima di riuscire a fare un passo all’interno della storia ecco arrivare un vero pezzo di quello che è stato il Parma in questi ultimi anni, Alessandro Lucarelli. Arriva in Smart, con la moglie, vestito semplice: jeans e giubbetto sportivo. Entriamo insieme nel Museo e inizia a raccontarmi cos’è Parma per lui. Poi mi giro e vedo una parte del Museo, definita temporanea nel senso che va avanti con le stagioni del “nuovo” Parma e vedo una foto: Lucarelli dall’altra parte della recinzione del Tardini, con il megafono in mano mentre un tifoso lo abbraccia come se fosse il Messia. Un’istantanea commovente : “La Promozione in Lega Pro è stata fantastica. Volevo andare in curva se avessi segnato per abbracciare i tifosi che sono stati sempre vicini ma non c’è stata occasione e allora ne ho approfittato quando abbiamo ottenuto il passaggio di categoria. Che goduria. La Serie D è un calcio sincero, genuino, fatto di passione e meno televisione. Un calcio vero senza riflettori ma tornare trai professionista ha un altro sapore.”

Poi gli chiedo perché tutto questo. Perché sei rimasto, avresti potuto trovare un’altra squadra. Perché questa scelta? “Perché nel calcio, come nella vita, sono le emozioni a decidere per noi. Parma mi ha dato tanto, sono vicino alle 300 presenze (ormai superate mentre leggete questo pezzo) con questi colori. Mi hanno dato tanto e non potevo che ricambiare nel momento in cui avevano bisogno del sostegno del loro capitano. La piazza, i tifosi, l’ambiente. Qui esiste solo il Parma, non si parla d’altro. In Serie D e in Lega Pro abbiamo stabilito il record di abbonati. Il Tardini è sempre pieno. Non giudico le altre scelte ma la mia è stata questa, ed è stata giusta, per me e la mia famiglia”. E Cassano? Come l’hai presa? Lucarelli mi guarda dritto negli occhi e mi fa: “ognuno si comporta come meglio crede, non giudico le scelte degli altri”. Non aggiunge altro, si ferma e fissa ancora quell’immagine in cui sembra un condottiero, un generale, anzi un capitano che vuole sentire festeggiare il proprio plotone dopo aver conquistato una terra piene di insidie e difficoltà. Ci salutiamo dopo un’ultima curiosità: riporterai il Parma in Serie A? “Io? Sono vecchio. Spero di farcela ma vorrebbe dire aver conquistato tre promozioni in tre stagioni. Sarebbe un miracolo ma mai dire mai nel calcio”.

Lucarelli risale sulla sua Smart. Direzione Colecchio, campo d’allenamento. Gabriele mi guarda, ha capito già la mia domanda e mi fa: “oggi pomeriggio ci andiamo, tranquillo. Ti faccio fare due chiacchiere con Calaiò e poi dopo la seduta d’allenamento con mister D’aversa”. Nel frattempo continuo a mettere i piedi davanti ai muri contaminati di storia del Parma che per me, come dicevo, è gialloblu ma invece mi correggono e mi dicono “No. Noi siamo i crociati. Gialloblu è stata solo una parentesi”. In effetti il Parma nasce crociata. Sfondo bianco, croce nera. Passeggio per il Museo e mi soffermo su un’immagine: Nevio Scala. Un santo. Non è stato solo un allenatore per la squadra parmigiana. No, è stato un maestro anzi un mago. Ma forse molto di più. Ha guidato i crociati per sei anni e ha vinto quattro trofei dopo essere salito in Serie A in maniera definitiva. Ha vinto una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA e una Supercoppa UEFA. Lo Special One d’altri tempi. Gabriele mi si avvicina e mi fa “che uomo. Un direttore d’orchestra. Questo era il Parma, quello vero, quello bello. Una favola”. Il Museo mi porta da una parte all’altra del mondo crociato, fino all’era Parmalat, l’era che conosco meglio e quello che gli stessi tifosi criticano maggiormente anche se io sta squadra qui l’adoravo: Crespo, Veron, Thuram, Cannavaro, Buffon. Wow. “Si, è vero. Secondo tutti i tifosi di Parma è stata, in quegli anni, la squadra più forte d’Europa ma ci è mancata la Serie A. È mancato lo scudetto”. Perché, chiedo. “Perché mancava qualcosa. Malesani era bravo, lo testimoniano i tre trofei in 100 giorni vinti nel 99, ma per qualche motivo, forse l’esperienza di tutto l’ambiente, dalla dirigenza ai giocatori, non riuscivamo a competere per lo scudetto”. E poi ci fu il crollo e il primo fallimento. Però quello fu meno pesante rispetto a quello di due anni fa. Quando è stata dura rimboccarsi le maniche e ripartire da zero? “È ancora dura e lo sarà per diverso tempo”. Ma com’è possibile che la quarta squadra italiana più titolata in Europa non avesse un suo Museo? “E chi lo sa” mi risponde onestamente Gabriele. “Hanno sempre pensato che non fosse importante e invece tutto conta. Con la nuova società vogliamo fare le cose giuste e in grande, sempre però passo dopo passo senza esagerare perché sappiamo come va a finire se fai il passo più lungo della gamba. Ci hanno tolto la terra da sotto i piedi più volte ma vogliamo andarci a prendere il cielo adesso”. Sta frase qui mi è rimasta dentro. E non è la prima volta che l’ho sentita nell’arco della giornata, lo stesso Lucarelli, in un modo o nell’altro mi ha parlato di risalita, di terra e di cielo. Alla fine il Parma è questo: tanto lavoro per puntare a tornare tra i grandi, tra chi conta veramente.

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Usciamo dal Museo. Negli occhi ho visto troppe cose tutte insieme. È come quando entri in un negozio che ti piace, vorresti comprare tutto anzi, forse è più giusto dire che è come quando cammini nella zona rossa di Amsterdam. Capito? Troppe cose belle tutte assieme. Il Parma è stata in paradiso, poi all’inferno poi è tornata in alto ed è ricaduta facendosi più male di prima. Le mani sporche si lavano ma l’anima macchiata dal fallimento no, e quella la si vede dagli occhi, quella non va via. Bisogna affrontarla. La fine la senti dentro. Il nuovo inizio non poteva che essere un pretesto per mettere in panchina i brutti ricordi e sentirsi orgogliosi di tutti i grandi successi. Prendiamo la macchina, direzione Colecchio. Ci vogliono una decina di minuti dallo stadio al campo d’allenamento, senza traffico ovviamente. Entro nel centro sportivo e non so perché ma mi prende un nodo in gola. Da piccolo, come tutti, volevo fare il calciatore. A 13 anni ho fatto un provino al Milan, pensavo di farcela e invece no. Ma mi sono reso conto dei sacrifici, della passione, della dedizione che i giocatori ci mettono, del sangue che sputano per arrivare ad allenarsi in campi del genere, con un’organizzazione del genere. Entro nella struttura in cui c’è sia il ristorante, sia gli uffici dei direttori e anche le stanze per molti giocatori che vivono dentro il centro sportivo di Colecchio. Entro e Gabriele mi presenta subito Emanuele Calaiò. Mentre faccio due chiacchiere con boom boom Calaiò, così lo chiamavo ai tempi di Siena – quando lo compravo al Fantacalcio – viene allestita la sala stampa. Verrà ufficialmente detto ai giornalisti che la maglia dell’attaccante siciliano, la numero 18 crociata, verrà inserita temporaneamente nel Museo in occasione del suo bellissimo gol in rovesciata contro il Pordenone. Io lo so da circa tre ore, ma non volevo fare spoiler su facebook. Me lo rubano per qualche scatto per i social del Parma e poi torna al tavolo per continuare l’intervista. Come Lucarelli, anche Emanuele Calaiò è un giocatore di grande carriera e mi dice senza problemi che ha scelto Parma per riportarla in alto “mi piace la città, i tifosi e soprattutto ho sempre sposato i progetti. Avrei potuto stare tranquillo e guadagnare di più in Serie B, avevo tante offerte, ma i soldi mi interessano fino a un certo punto. Adesso conta solo Parma”.

Lucarelli e Calaiò sono navigati. Parole chiare, d’amore per questa squadra. Ho sempre pensato che tutti i giocatori amassero la squadra che li stipendiava. Nessuno, o quasi, sputa nel piatto in cui sta mangiando ma a volte si va anche oltre. Ci si dimentica che dietro al professionista ci sono delle persone. C’è un uomo, un padre, un marito. E la cosa più difficile è la scelta dei trasferimenti che per forza di cose è legata sempre alla famiglia: cambiare scuola, amicizie, abitudini. Non dev’essere facile. Anzi non è facile: ma come fate a cambiare squadra ogni due o tre anni? Significa cambiare città, abitudini e tanto altro. “Si, è vero. È forse la cosa più stressante del nostro mestiere ma fa parte del lavoro. Quando ti sposi con un calciatore sai che andrà così. Se ti va bene ti fermi per un po’ di tempo da qualche parte altrimenti fai un continuo sali e scendi per l’Italia o addirittura per l’Europa”. Per te cosa significa il Parma? “Mi ricordo Nevio Scala. Mi ricordo le vittorie, i talenti, i trofei. Mi ricordo Wembley. E poi il Parma di Malesani e Crespo. Però per me il Parma che conta è quello di adesso e darò tutto per riportarlo dove merita”. Lascio andare Calaiò.
Le mie domande sono terminate, la sala stampa potrebbe ospitare una cinquantina di giornalisti ma in realtà ci sono solo cinque persone a testimonianza della grandezza e l’importanza di questa società prima e dopo la caduta.

Conferenza stampa, solite cose, domande banali, ufficializzazione della maglietta infangata al Museo. Eccetera Eccetera. Esco e vado a mangiare, poi vedo l’allenamento e mi ritorna quel groppo in gola: vedo questi ragazzi di 19 o 20 anni che sudano, corrono, faticano, ci danno dentro tutto quello che possono e già, se non si perdono dopo, ce l’hanno fatto. Possono dire di giocare al Parma al fianco di giocatori come Calaiò e Lucarelli. Ok, non sono Maldini e Inzaghi ma ragazzi non esiste solo l’eccellenza nel mondo. E a volte la differenza tra un livello e l’altro è solo la prospettiva da cui lo guardi.

Gabriele mi fa fare due chiacchiere anche con Luca Carra – Amministratore Delegato – e con Daniele Faggiano – Direttore Sportivo. Mi piace il loro approccio. Zero snobbismi, zero cazzate, zero chiacchiere conta solo il lavoro e la cultura dello stesso. Carra ritorna a Parma con un ruolo molto importante e quando gli parlo del mio ricordo di Malesani che corro incontro a Crespo mi fa: “Io c’ero. Ero là. E stato fantastico. Uno dei momenti più belli della mia vita e avevamo solo pareggiato, avessimo vinto sarei svenuto” ma ci tiene anche lui a precisare “però il Parma vero è quello di Scala. Ed è quello che vogliamo ricostruire: giovani talenti, fatti in casa, e organizzazione. Ci vorrà tanto ma ci riusciremo”. Anche Faggiano è sicuro di sé e del Parma. Non avrebbe mai abbandonato un progetto come Palermo se non fosse stato convinto da qualcosa di più della semplice organizzazione. Qui, a Parma, c’è la vicinanza dei tifosi, l’amore per la città e per la società. “Parma è una delle poche città che ha una sola squadra, non esistono molte. È anche per questo che è speciale” mi dice con tono di rimprovero, quasi, il Direttore Sportivo. L’idea è chiara.

Dopo il mio sfilatino con prosciutto di Parma, che mi ha prosciugato le tasche e la gola, inizia l’allenamento di Mister D’Aversa. Sale un po’ di vento, si abbassa la temperatura. Prima la parte fisica di riscaldamento, dove Lucarelli invita i compagni a fare gli esercizi al meglio. Poi la parte tecnica, partitella e poi ancora parte fisica. L’erba profuma. Una ventina di tifosi sono presenti all’allenamento che per l’occasione è a porte aperte. L’attaccamento che c’è alla squadra, alla società, a quello che Parma è stato per la città è qualcosa che non si può comprendere se non si entra in città. La passione la senti dentro, è qualcosa che va oltre. Dopo la sessione d’allenamento entro negli spogliatoi. Chiacchiero con D’Aversa, parliamo di tattica, di qualità calcistiche, di fortuna, di lavoro, di fatica e di quanto conta il dettaglio nel calcio moderno ma ho bisogno di capire meglio perché questa società è speciale. Non si può spiegare, la devi sentire. Parma è Parma e per capirlo ancora meglio vado a scambiare due battute con Fausto Pizzi, responsabile del settore giovanile e femminile del Parma, ma soprattutto pezzo di storia della squadra crociata. Lui era a Wembley, lì in uno degli stadi più affascinanti della storia del gioco, nella finale di Coppa delle Coppe. Com’era il Parma di Scala? ”Poetico. C’era meno distanza con la gente, coi tifosi. Eravamo quasi un tutt’uno e lui era un padre più che un allenatore. Un grande punto di riferimento”. Ma come spieghi ai tuoi figli cos’è vincere una coppa in quello stadio. Cioè se ne rendono conto? “E gli dico che siamo riusciti a portare 12 mila parmigiani a Londra. Mi ricordo tutto. C’era voglia di viverla. Non c’era ansia, volevamo cavalcare il sogno”. La notte prima si dorme? “La notte prima poco ma la notte dopo zero. Abbiamo festeggiato fino alla mattina” Ma che differenza hai trovato a Parma, rispetto alle altre realtà? “Ho trovato tutto. Lavoro, amore, famiglia. E poi ho trovato un clima sereno dove poter lavorare e giocare e vincere e tutto il resto con serenità. Parma è unica per questo e vogliamo tornare a essere unici”.
Torno a Milano, con la consapevolezza che la favola del Parma di Scala non tornerò mai ma allo stesso tempo so anche che i tifosi crociati saranno con la società e con i calciatori sempre e qualsiasi destino si presenterà davanti perché Parma è Parma.

Fabio Fagnani

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